Saggi > Saggi di Giovanni Giacobbe dell'anno 2012

Finalmente non ero pių solo

Ricordo gli stratagemmi per averlo. Alcuni erano anche originali. Un giorno scrissi “voglio un cane” così come si scrivono i numeri di telefono da mettere in fondo ad un annuncio da appendere ovunque, cosicché la gente, leggendolo, stacchi via il recapito telefonico ad esso correlato; poi presi questi foglietti e li misi in ogni interstizio della borsa di mia madre. Nel portafoglio, nella cerniera porta monete, dentro i guanti, nella cipria, nella borsa dei trucchi, ovunque insomma. Non avevo più di dieci anni. Avevo già avuto cani, ma vivendo soltanto con mia
madre avevo potuto averli perché avevamo l’aiuto di mio nonno. Lui mi lasciava e mi veniva a prendere a scuola portando sempre al guinzaglio Dick , un cocker fulvo. E così gli facevamo fare le passeggiate. Nel pomeriggio e la sera facevamo la stessa cosa, ma senza la condizione obbligata dell’andare a scuola. La mia famiglia non era proprio quella convenzionale. Ognuno di noi ha le proprie debolezze, molte credo siano il frutto di piccoli o grandi traumi dell’infanzia, ma forse, senza approdare per forza ai traumi, abbiamo soltanto bisogno di accorgerci di poter trovare
qualcuno che ci voglia bene. Oggi se guardo indietro vedo che Dio si nasconde dietro le cose semplici. Semplici come un cane magari. Il tempo poi mi ha concesso per sino di capire che nonostante la mia ricerca si sia felicemente fermata davanti al mio primo cane, quello dell’età della ragione intendo, Dio che si è fatto trovare dentro un cane, era sempre stato là , a volermi bene pazientemente, in attesa che io gli aprissi la porta. Intanto ero almeno riuscito a fare aprire a mia madre la porta di casa ad un boxerino dal musetto schiacciato, ma non abbastanza da non mostrarmi
i due canini di sotto in una plasticamente mostruosa ma divertentissima faccia da bullo da cartone animato. Che dono meraviglioso. Divenne subito il padrone indiscusso della casa, che dico, del quartiere. E non per la faccia da bullo. Ma questo perché mentre mia madre ed io volevamo che entrasse nella famiglia nella maniera meno frustrante possibile, mentre volevamo cioè che si integrasse felicemente nella sua nuova famiglia, lui si era perfettamente integrato nel suo nuovo branco, ed aveva (entusiasticamente, ne sono certo!) ritenuto di poter occupare l’inaspettato ruolo
di vertice che gli avevamo inconsapevolmente concesso a forza di concessioni. Dalla cuccia era passato ad una brandina in veranda per poi approdare al divano buono nel giro di una trentina di giorni forse , ma soprattutto nel giro di appena una decina.. di astuti quanto fruttuosi tentativi di scalata gerarchica. Ed anche al guinzaglio era più o meno andata alla stessa maniera. Dall’aiuola sotto casa dove lo portavo per la cacca e la pipì, ero passato a farmi portare ovunque le sue esplorazioni olfattive lo conducessero, purché facesse i suoi bisognini. Il punto è che mentre noi
concediamo al cane di fare tutte queste cose perché riteniamo di dovergli dare la possibilità di non subire ulteriori stress, a causa di un cambio di vita così radicale che dall’affetto di una cucciolata lo ha portato tra le mura di una casa per quanto accogliente, il cucciolo non misura l’affetto che abbiamo per lui attraverso le concessioni. Perché quelle per lui costituiscono solo la misura del suo nuovo ruolo gerarchico, e non dell’affettività toccatagli in sorte nella sua nuova vita. Un cucciolo (ma anche un cane adulto per la verità n.d.a. ) condivide con un bimbo piccolo, una visione della
vita dove riesce ad avere un solo punto di vista. Il suo. Certo, esattamente come un bimbo può abbracciare quello dei genitori che si siano reiteratamente sforzati di condurlo sulla (loro) retta via, anche un cane finisce per comprendere quello di un bravo padrone, ma a patto che questi, compia gli stessi sforzi , per numero e sostanza, di quelli di un bravo papà o di una brava mamma. Facciamo un esempio : se io abitassi in un isola (..più piccola della Sicilia intendo) e se per ipotesi nella strada davanti casa mia non passassero mai le macchine, lasciandomi libero di sorvolare su un precetto dell’educazione di mio figlio, che dice che ad un bimbo piccolo si insegna a non attraversare mai la strada da solo, mio figlio la attraverserebbe sicuramente, ad libitum, per gioco . Ma se io mi ritrovassi catapultato nel traffico del centro di Milano, non mi basterebbe dire a mio figlio “ehi qua non puoi andare per strada!” per essere certo che non attraversi pericolosamente quando glielo dica la testa. Perché se gliel’ho concesso sempre , il suo punto di vista si sarà cementato sulla sua realtà di poterlo fare! Così come se concedo al mio cane di seguirlo ovunque da quando a sessanta giorni arriva a casa sino a quando la faccia finalmente soltanto fuori, il cane non
sarà in grado di capire che io l’ho si sempre seguito “docilmente”, ma soltanto perché lui doveva imparare a fare pipì e cacca. E siccome tutti sappiamo che il cane legge la vita col naso, nessuno frustrerebbe le esplorazioni di un cucciolo che deve! trovare l’odore giusto che gli richiami il “sospiratissimo” (dall’uomo n.d.a.) meccanismo che lo porti a sporcare soltanto là.., dove debba. E se consideriamo che nel primo anno di età un cucciolo cresce in maniera esponenziale, visto che la sua età biologica si rapporta all’età anagrafica di un bimbo secondo il parametro un mese/un anno, a quattro mesi, questo cane sarà come un bimbo cresciuto senza regole dai due ai quattro anni!
Praticamente un bulletto viziato, esattamente come il nostro cane che già ai quattro mesi diventa la forza motrice del nostro sci nautico cittadino! E non basterà certo una sgridata sonora (anzi sarà anche controproducente probabilmente), per riportarlo a più miti.. passeggiate. Identiche considerazioni vanno fatte per le “pericolose iniziative”, seppur a volta divertenti, dell’afferrare i nostri pantaloni, quanto il guinzaglio, come dell’afferrare la scopa mentre spazziamo o lo straccio mentre facciamo le pulizie. E ancora peggio e forse più pericolose nel lungo periodo , le iniziative di qualche abbaio di “avvertimento da cattivone” a gatti od altri cani , od ancor peggio a chi della famiglia si avvicini al suo osso quanto alla sua ciotola. Ecco soltanto alcune delle iniziative a cui mettere opportunamente dei paletti nel più breve lasso di tempo possibile, se non vogliamo che il cucciolo si trasformi in breve nel “boss” della casa. Perché se (tutti forse) colmiamo il nostro bisogno d’affetto con il cane, che meravigliosamente si presta alla dipendenza (ed interdipendenza) affettiva, occorre fare un grosso sforzo d’amore , e di volontà, per conoscere i canoni di una affettività che non diventi pericolosamente viziata.

Giovanni Giacobbe Giacobbe

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