Saggi > Saggi di Giovanni Giacobbe dell'anno 2013

La mia verità sull'utilità e difesa

Di un cane ci si innamora per quell’afflato misterioso che non trova certo motivazione soltanto nella riduttiva spiegazione dell’apprezzamento dei canoni estetici o delle prerogative caratteriali, così come avviene per qualsiasi razza o come può avvenire in qualsiasi canile dove ci siamo recati per scegliere un dolce meticcetto come nostro compagno di vita. C’è un mistero che porta uno soltanto tra tanti, così come un cucciolo soltanto fra quelli di una numerosa cucciolata, a diventare nostro. Non è dato sapere perché. Resta solo la percezione di quell’inspiegabile afflato guidato dall’istinto che può essere tradotto, credo, in amore puro. E quest’amore, identico nella sua essenza per un tenero meticcio quanto per un Rottweiler o per qualsiasi altra razza, va rispettato e curato secondo il paradigma che alla purezza dei sentimenti fa seguire necessariamente l’etica oggettiva del rispetto di un cane come essere senziente. Questo amore deve essere guidato, però, da un’etica relazionale che svisceri anche le prerogative di razza (doti) e quelle individuali (pulsioni) del nostro singolo compagno di vita, per armonizzarle con la nostra complessa vita sociale, nella quale il cane viene catapultato per il resto dei suoi giorni. Solo se questo amore include un’etica relazionale, ci sentiamo in obbligo di perseguire uno sforzo che si traduce nella volontà di conoscenza che ciascuno di noi dovrebbe avere del proprio cane. Quando si sceglie un cane “di razza”, il percorso verso questa conoscenza ci fa scoprire che in questa specie, partendo dalle mirabili prerogative dell’istinto predatorio, scaturiscono altre doti naturali che sono divenute memoria di razza, e che si estrinsecano, nei singoli soggetti, in pulsioni individuali che occorre esaminare nei particolari, con amorevole attenzione ai dettagli. Nell’immenso panorama delle razze canine ci imbattiamo così in quelle che chiamiamo razze da utilità, e tra queste troviamo quelle che vengono ancora  classificate come razze da Utilità e Difesa.

Il cane utile moderno.
L’Utilità e Difesa esiste poiché un tempo esisteva il cane da “guerra”, che fu poi il cane degli eserciti che vive ancora ai giorni nostri, e che ha impieghi mirabili quale insostituibile ausiliario dell’uomo nei corpi militari. Le sue doti, però, vengono messe al servizio anche di discipline ed attività dalla connotazione più specificatamente filantropica, se pensiamo che i moderni cani “da lavoro” vengono utilizzati, per esempio, anche come cani per la ricerca di persone scomparse nelle unità cinofile di Protezione Civile. Il patrimonio genetico delle razze canine però, si sa, si tutela attraverso una selezione d’allevamento attenta e rigorosa. La stessa selezione che cerca di curare il patrimonio caratteriale di queste razze, consegnandocele oggi nello spirito e nell’indole, identiche a quelle d’un tempo, ma assai più docili, cioè assai più inclini a riconoscere l’uomo volontariamente come leader di un “branco misto” uomo-cane. Sempre quest’attenta opera di selezione ce le consegna oggi anche assai più duttili d’un tempo, cioè assolutamente più propense a recepire ciò che l’uomo insegna loro. Queste due caratteristiche sensibilmente migliorate attraverso il sapiente lavoro di avveduti e lungimiranti allevatori, sono alla base di ciò che ha consentito l’adattamento delle razze canine “da utilità” ai parametri della vita sociale moderna, dove il cane viene accostato all’uomo con un confine sempre più indefinito, pur nel rispetto imprescindibile del dialogo con l’alterità animale. Il rispetto verso il cane, non prescinde dal considerarlo “altro fuori da noi”, bandendo per tanto ogni pericolosa deriva narcisistica dell’uomo che trasformi il cane in una nostra “protesi identitaria”.

Per tanto, oggi, docilità e duttilità rendono le razze cosiddette “da lavoro” razze in grado di coesistere serenamente non soltanto con le Forze dell’Ordine, nell’ambito del loro utilizzo “storicamente naturale”, ma anche con un qualsiasi “civile”, magari persino obiettore di coscienza. Ma le doti e le pulsioni che stanno alla base del carattere dei soggetti che vivono in una qualunque delle case di uno qualunque dei fortunati proprietari che li abbiano scelti come compagni di vita, sono le stesse che troviamo nel bagaglio genetico di uno dei cani compagni o “colleghi”  potrei dire, di un tutore dell’Ordine, o di un compagno a quattro zampe di un conduttore cinofilo di Protezione Civile. E guai se tali doti fossero disperse, indipendentemente dal tessuto sociale nel quale questi cani si troveranno a vivere. Dal bacino dell’allevamento che ne cura la salvaguardia, attingiamo linfa vitale per trovare non solo quelli che diverranno insostituibili ausiliari dell’uomo in tutte le attività che ho menzionato, quanto tutti quei soggetti che, per equilibrio, docilità e duttilità diverranno semplicemente meravigliosi compagni di vita  di comuni cittadini che li scelgano come tali.

Prove di selezione.
Ma le qualità fondamentali di questi cani, come l’equilibrio, la docilità e la duttilità, devono essere costantemente misurate e testate. Proprio a tal fine nasce e si sviluppa l’Utilità e Difesa: come verifica zootecnica a salvaguardia di questo patrimonio cinotecnico, attraverso prove che comprovino, non solo il grado di addestramento raggiunto ma, cosa assai più importante, lo stato di salute ed il benessere del singolo soggetto, quindi dell’intera razza. Tali prove sono, per l’appunto, espressione dell’obiettivo statutario di ogni singola società speciale per verificare lo “stato dell’arte” dell’allevamento. I detrattori di questo meraviglioso patrimonio zootecnico costituito dalle razze da lavoro, nella loro inopinata strumentalizzazione, partono dalla supposta obsolescenza del cane da difesa ai tempi d’oggi, per giungere sino all’ascrivere ad esse, per concetto, la prerogativa di una connotazione caratteriale fondamentalmente aggressiva. E per dar forza ad un impianto denigratorio già gravemente lesivo nella connotazione di un supposto sillogismo  -utilità e difesa = cani aggressivi- , i detrattori più agguerriti sogliono incalzare con l’affermazione che tale dimensione del carattere viene per di più vergognosamente fomentata da uomini frustrati che ne esaltano quest’aspetto attraverso la preparazione alle prove di lavoro. A tutti loro io dedico quest’articolo, preferendo rispondere con la controinformazione, senza sicumera ma con serena onestà intellettuale della fondatezza degli assunti, frutto di ventuno anni di esperienza.

Biodiversita’: conoscenza e rispetto.

Il rispetto della biodiversità si estrinseca anche nella tutela delle diversità insite in una singola specie. Per tanto l’estinzione di una singola razza con le sue prerogative morfo-caratteriali porterebbe all’estinzione di una porzione del genoma della specie, con le rovinose conseguenze che ciò comporterebbe per l’intera specie cane. Ragione per la quale mai a nessuno dovrebbe venire anche semplicemente in mente che possa essere disperso il patrimonio genetico di una singola razza o addirittura di più razze.  

Il figurante da utilità e difesa: un’espressione del patrimonio della cinofilia.

Un tempo ormai lontano l’aspirante figurante faceva mordere i cani, fors’anche per quel brivido di un contatto così ravvicinato con le pulsioni da “lupo addomesticato” di ogni nostro cane, ma oltre a questa espressione emozionalmente così coinvolgente, come può esserlo qualsiasi sport, non aveva in testa molto altro se non il desiderio di divenire a tutti i costi figurante ufficiale della sua razza preferita possibilmente.

Oggi invece il figurante preparatore è un tecnico a tutto tondo che sviscera le pulsioni dei cani adattandole alla costruzione tecnica di soggetti che possano, attraverso la sua guida, approdare alle prove di verifica zootecnica (prove di IPO , selezioni di razza, ZTP etc.) nel migliore stato di salute possibile, e non prescindendo da un sano agonismo nelle competizioni ( sottolineo sano ) giungano al superamento di esse sempre nella migliore condizione di equilibrio psicofisico che il giorno dopo la gara, e sino al giorno prima, conservino, oltrepassata la porta del campo di addestramento, compagni di vita in grado di seguirci dai giardinetti, al ristorante  o ad una passeggiata in montagna esattamente come qualsiasi cane da compagnia.

Tant’è che le prove di Utilità e Difesa secondo il regolamento internazionale denominato IPO ad esempio, sono aperte a tutte le razze, proprio tutte, purché in possesso di un pedigree e delle condizioni psicofisiche di buona salute, come requisito indispensabile.
Di recente ho avuto la fortuna di poter andare come docente ad un corso per figuranti organizzato dal Rottweiler Club d’Italia, ma oltre a questa splendida razza abbiamo visto cimentarsi negli allenamenti in campo con gli aspiranti figuranti molte altre razze, pastori tedeschi, doberman, schnauzer, pastori belgi e così via, ma non ci saremmo stupiti più di tanto se avessimo trovato, come capita di sentire ai giorni d’oggi, un Airedale Terrier, quanto  un Labrador piuttosto che un Bouledogue francese.

Già perché la pulsione che sta alla base di questa meravigliosa disciplina è la pulsione predatoria che è propria di ogni razza canina nel meraviglioso caleidoscopio che ce la mostra  semplicemente estrinsecarsi in maniera diversa, dal cane da ferma passando per un levriero sino ad arrivare alle doti di un bovaro “sgarrettatore” come il Rottweiler. Infatti sono queste le pulsioni che vanno in “prestito” a questa disciplina sportiva, semplicemente trasformate attraverso il paradigma del “gioco simbolico” che è quell’elemento secondo il quale i cani animano degli oggetti (un calzino come una pallina quanto un frisbee , sino ad una manica da figurante) esattamente come un bambino fa finta di andare a cavallo inforcando e cavalcando una scopa..

Nella mitizzazione (o demonizzazione) del cane da utilità sembrerebbe ineluttabilmente trovare concretizzazione l’icona raffigurante il cane aggressivo, ma non c’è niente di più falso!

I moduli neurali dell’aggressività non si attivano nelle fasi di predazione pura ed ove essa si attivi deve essere considerata come una risorsa esattamente come quell’impeto che scaturisce da dentro, volto al perseguimento ed alla realizzazione di un obiettivo , che, per fare un esempio, ci vede utilizzare una risorsa della medesima struttura di quella che utilizzeremmo al momento di cercare la forza per .. svitare un “ostinato” bullone arrugginito o addirittura un “protervo” barattolo della nostra conserva preferita.

L’aggressività è uno stato motivazionale od interno proprio di ogni specie animale, che influenza la predisposizione di un animale a reagire con comportamenti di aggressione verso stimoli che vengano individuati come potenzialmente pericolosi. L’aggressività, che è dunque una risorsa di ogni specie animale, soltanto nell’uomo  approda ad una connotazione  incarnata da quella che potremmo definire aggressività  maligna, cioè quell’aggressività che se soddisfatta procura voluttà.  Mai nel cane. Mai. Questo non vuol dire che un’eventuale componente aggressiva non vada tenuta debitamente in considerazione evitando che nelle contese orchestrate col figurante sia essa il cardine delle risposte del cane alla sollecitazione alla contesa con la manica, perpetrata dal figurante facendo leva sulla pulsione predatoria. Ma ciò esattamente come un buon padre eviterebbe,  che un qualsiasi gioco col proprio figlio vedesse il bimbo trascendere verso una dimensione evidentemente fuoriuscita dai confini del gioco. Ed anche allorché questo avvenga nell’ambito di una contesa simulata tra cane e figurante, quest’ultimo , educato all’arte.. dell’addestramento, con sapienza sa discernere come evitare quelle sollecitazioni che possano far correre il rischio che la risposta del cane fuoriesca dal binario sicuro della pulsione predatoria nella sua canalizzazione esclusiva verso una manica da figurante. Anzi con deferenza mi permetto di sottolineare che far mordere una manica ad un cane , esattamente come il trainare una slitta, o ancora come far inseguire un frisbee secondo una dinamica dove ciò si trasformi in attività sportiva, può essere una straordinaria possibilità di “sublimazione” di una componente aggressiva innata, propria di ogni essere vivente, connaturata al patrimonio genetico e legata ai teoremi di conservazione della specie. Non per “ammantare di supposta scientificità” ciò che dico, ma per onestà intellettuale nella ricerca della spiegazione di quanto sopra detto, possiamo dire che “questo percorso di sublimazione, che impiega energia neutralizzata, che ha subito cioè un processo di deaggressivizzazione dove l’energia libidica (energia di desiderio di spinta verso una meta aggressiva) viene resa disponibile per attività sublimate”, trova concretizzazione  nelle contese orchestrate teatralmente che possono essere per l’appunto, anche le attività del morso alla manica durante le prove di utilità e difesa. La combattività del cane che morde la manica dunque, anche quando non abbia una componente esclusivamente ludica, che sottolineo essere comunque quella che precipuamente si lega a questa dimensione sportiva, nel perseguimento dell’obiettivo di questa contesa  per il possesso di una grossa preda come la manica si “sublima” in una ineludibile canalizzazione verso tale oggetto del contendere. Nient’altro.

L’essermi addentrato nel campo dell’aggressività trova motivazione solo per spiegare che oggi il “figurante moderno” deve conoscere e sapere applicare con la massima precisione tutte quelle strutture che afferiscono al bagaglio delle tecniche di “stimolazione” delle componenti psichiche dei cani , che nel senso etimologico del latino ex-ducere, tirano fuori, dunque educano, i nostri cani a delle attività assolutamente in linea con le propensioni pulsionali della specie. Anzi, aggiungo, le dinamiche di queste attività approdano ad una serie di regole di interazione con l’uomo, che migliorano il rapporto con esso, all’insegna di un sano rapporto di collaborazione tra le specie. Collaborazione che giunge attraverso la coesistenza secondo delle regole di cooperazione tra leader (uomo) e fedele gregario (cane) , nella reciprocità di amore  e rispetto.

E se questo concetto di collaborazione secondo i canoni della differenziazione tra leader e gregario facesse storcere il naso ai promotori della pariteticità, faccio presente che la parità dei rapporti gerarchici tra uomo e cane collide con la dimensione che legge il nostro amato cane in grado di sviluppare processi cognitivi accostabili al massimo a quelli di un bambino entro i quattro anni; il cane è infatti, per tal motivo, incapace di leggere la complessità degli stressor (sollecitazioni) della nostra complessa vita sociale, esattamente come non ne sarebbe capace un bimbo di quest’età. E mi pare evidente che nessuno di noi concederebbe ad un bimbo di quest’età una morale “autonoma”, ma essa dovrebbe certamente sempre venire dal di fuori, dai genitori dunque, ed essere per tanto una morale “eteronoma”. Lo stesso identico principio deve valere per i nostri cani, e per essi dovrà giungere dai proprietari secondo omologa dimensione “genitoriale”, o potrà giungere dagli educatori sportivi per esempio, che nel caso dell’utilità e difesa si chiamano figuranti preparatori, e che sono per la stragrande maggioranza (la totalità colliderebbe con il dogma dell’umana fallibilità) rigorosi ed integerrimi professionisti, che sanno rendere questa disciplina mirabile espressione della pulsione predatoria in una ritualizzazione ben canalizzata. Questa ritualizzazione si basa su contese e su minacce puramente simulate, dove comunque il cane esca sempre fieramente vincitore, ed il figurante è tanto più bravo quanto più sa essere un “perdente di successo”, là dove il suo successo corrisponde alla costruzione di un cane sempre trionfatore nella contesa e dunque mai frustrato, ma anzi sempre felice d’essersi conquistato la sua preda-manica. Infine per inciso, poiché abbiamo parlato di simulazione di minaccia, chiariamo che essa avviene attraverso il teatrale utilizzo di un bastone imbottito, composto da un anima di materiale plastico flessibile, e completamente ricoperto di materiale spugnoso (gomma piuma) che lo rende assolutamente innocuo e del tutto privo di qualsivoglia possibilità d’arrecare nocumento al cane;  questo bastone viene utilizzato dai figuranti come un prolungamento del proprio braccio quando, all’atto del dover testare l’indifferenza del cane ad una minaccia simulata, esso diviene test rapido di valutazione dello stesso equilibrio psichico che sovraintenderebbe alla capacità del cane  rimanere calmo ed “equilibrato” davanti a tutti quegli elementi stressogeni della normale vita quotidiana, di cui questo test è una riproduzione sintetica.

L’utilità e difesa, nella sua straordinaria bellezza di disciplina cinotecnica è ben lungi dall’essere racchiudibile nel breve spazio di poche righe, perché ogni passione che sia tale ha dentro di sè il senso di quello sforzo di volontà che è sforzo di conoscenza, che dura tutta la vita.. Ed è questa conoscenza che può cementare purezza dei sentimenti, etica oggettiva ed etica relazionale, per sorreggere il pilastro della passione. Questa è la conoscenza che mi hanno insegnato nell’ENCI, e provare a trasferirla brevemente al lettore è la forma di amore che posso rendere, come tributo di riconoscenza, alla disciplina che mi ha preso per mano quando ero un semplice “possessore” di cani, trasformandomi in  “padrone”, ma prima di me stesso.. e poi finalmente padrone di una relazione vera col cane.  

Giovanni Giacobbe Giacobbe

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